15 Settembre 2022

Tante volte ci siamo sentiti dire che in fondo al tunnel c’è sempre la luce, che ogni sforzo verrà ripagato e che alla fine, dopo tanto soffrire finalmente tutto sarà più semplice, in discesa verso la versione migliore di noi stessi.

Purtroppo quasi nessuno specifica che la luce in fondo al tunnel è un fievole lumino all’entrata di un tunnel ancora più lungo, che spesso gli sforzi ci rendono solo più stanchi e frustrati e che la discesa è piena di rocce appuntite dove alla fine non ritrovi te stesso ma un’altra dannata salita.

Può sembrare un pensiero veramente distruttivo ma non vi preoccupate, arriva un “lieto fine”!

D’altronde lo sappiamo tutti nel profondo: la realtà è che la vita non ti fa sconti anche se hai già sofferto una volta (o dieci), e che prima di vedere veramente la luce dovrai attraversare centomila altri tunnel.

Eppure noi testardamente e coraggiosamente continuiamo imperterriti ad andare avanti, a combattere, ad arrampicarci con le unghie e con i denti per raggiungere quella dannata cima. Ce lo sentiamo ripetere da una vita: devi lottare, devi combattere per quello che vuoi, devi rialzarti più forte di prima… Nulla di più vero per carità, ma questo eroismo non si addice a tutti e a tutte le situazioni, perché questo pensiero può funzionare, a mio avviso, solo nel momento in cui, nel pieno delle tue forze mentali e psichiche, sai di potercela fare.

Ci dicono di resistere, di pensare positivo, di focalizzarci sui nostri obbiettivi, ma loro non sanno che resistere è faticoso come sollevare una tonnellata con il mignolo, che pensare positivo non sappiamo più nemmeno cosa significhi e che gli obbiettivi, beh, quelli sono spariti da un bel pezzo e sono diventati i “most wanted” più ricercati e bramati.

In situazioni del genere, l’agire diventa molto complicato, il combattere è una sconfitta a tavolino e addirittura alzarsi da quel dannato letto alla mattina, lavarsi, vestirsi e sorridere al giorno canticchiando fino all’ufficio diventa un’impresa titanica.

Sappiamo per certo che in una mente offuscata dall’ombra di una malattia mentale le bellissime frasi motivazionali di cui amici, parenti e media ci bombardano il cervello funzionando come il solletico alle pietre, e mi permetto di sottolineare che non siamo noi sbagliati, ma che è il metodo in questione a essere veramente poco funzionale soprattutto quando sei in modalità risparmio energetico e la tua batteria vitale rimasta è al 3%.

Forse non sempre la vita va presa di petto, non sempre lottare ci fa uscire vittoriosi e non sempre è la soluzione al problema.

Forse ogni tanto dovremmo fermarci e lasciare che la tempesta passi da sola, prenderci del tempo per capire cosa ha da dirci questo tumulto di tuoni e onde alte, metterci “a morto” e seguire la corrente che ci porterà finalmente a riva.

Scrivo queste cose dopo essere, per l’ennesima volta, stata in un posto molto buio, dove neanche il guerriero più valoroso avrebbe potuto uccidere il drago.
Che poi perché ucciderlo quando puoi sederti accanto a lui e arrostire insieme marshmallow? Perché scontrarsi quando sarebbe più facile farselo amico e capire perché ci fa così tanta paura?

Non è vero che dobbiamo essere sempre guerrieri, non è vero che sei un eroe solo quando tiri fuori l’artiglieria pesante e riesci (apparentemente) a sconfiggere il tuo demone.

A volte la cosa migliore da fare è… Non fare nulla, deporre le armi, sventolare bandiera bianca e ascoltare ciò che succede intorno e dentro di noi.

Mi immagino sempre il mio percorso come un cammino su di una strada piena di buche, buie e profonde, che mi appaiono all’improvviso davanti, senza modo di poter sfuggire al loro vuoto magnetico. Inevitabilmente e ciclicamente cado in queste fosse, a volte devo ammettere, quasi rassicuranti e che probabilmente, conoscendomi, avrò sicuramente scavato io stessa in una vita precedente! Una volta finitaci dentro, tra il dolore della caduta e la paura del luogo in cui sono, provo costantemente a uscire da queste dannate buche, ci provo davvero!

Mi arrampico, salto, prendo la rincorsa, prendo a pugni la terra, urlo… Ma indovinate? Il risultato è che sono ancora lì, bloccata nella mia tanto odiata ma anche amata buca; perché alla fine ti ci affezioni a queste voragini, le trovi confortevoli, lontano dai pericoli del mondo sopra di te, ti sussurrano cose brutte ma tu non puoi fare a meno di ascoltarle perché la loro voce è rassicurante e preziosa come le fiabe che ti raccontavano prima di andare a dormire, è l’unica verità in cui riesci a credere.

Non riesco a uscirne, ci ho provato lo giuro! Forse non ci ho provato abbastanza… Ma sono stanca, ci ho messo tutte le mie forze, ho lottato, come mi hanno detto di fare…. Ma nulla, forse sono solo troppo debole per vincere, forse non ci ho provato abbastanza, forse è la conferma che sono realmente un fallimento dato che non riesco nemmeno a uscire da una fossa che io stessa ho creato! Forse dovrei morirci qui dentro…

È in quel momento che, presa dallo sconforto e da un’innata e inspiegabile ansia distruttrice, inizio a piangere, disperata, vergognandomi perché ci hanno insegnato che piangere è da deboli, ma io sono sempre stata una “frignona”, e allora piango, inondo quella dannata buca di tutte le mie più grosse e pesanti lacrime che tanto mi imbarazzano.

Butto fuori tutto il dolore, la rabbia, i pensieri distruttivi, le paure, l’ansia, il panico, l’apatia, il senso di inadeguatezza sotto forma di lacrime che sgorgano dai miei occhi appannati come una processione di formiche che sanno perfettamente dove andare e cosa fare.

E più le lacrime scendono, più queste riempiono la buca, finché mi ritrovo immersa in un mare salato ma delizioso (forse è per questo che piango spesso, le lacrime hanno un sapore squisito!). Il livello dell’acqua inizia a salire, e io posso finalmente raggiungere la sommità della buca senza “fare nulla” (a parte piangere, ovvio!), fino a che un’ondata finale mi scaraventa in alto facendomi atterrare di nuovo sul terreno.

Ma guarda un po’, sono di nuovo in superfice! E dopo tutto qui fuori non è così male…

Ora posso finalmente riprendere il mio cammino… Fino alla prossima buca… Chissà se riuscirò a raggirarla, se me ne accorgerò in tempo prima di caderci dentro, chissà se saltando sarò in grado di superarne qualcuna indenne.

Sicuramente ricadrò nuovamente in una di queste imprevedibili buche e certamente non sarà piacevole, ma da ora in poi saprò come uscirne, o almeno tenterò di tenerlo a mente!

Dopotutto è davvero semplice, basta solo piangere un po’!


Articolo realizzato da Martina,
per il progetto “Attivismo Digitale

Bastava piangere un po’