12 Aprile 2024

Quando mi sono laureata, mi sentivo carica e piena di nuovi stimoli, sembrava un nuovo inizio e non vedevo l’ora di mettermi in gioco. E, almeno per i primi mesi, così è stato: un lavoro nuovo, l’iscrizione alla patente, la voglia di autonomia…

Tutto mi diceva che ormai ero fuori da quel tunnel che mi aveva rinchiusa per anni, niente poteva essere peggio dei tempi sotto il comando del DOC. 

Questo era quello che pensavo, e che sentivo, di meritare. Ma, con l’arrivo delle feste, le cose cambiarono. Tra il vuoto creato dai nonni che erano andati via e la perdita del nuovo lavoro, lentamente si fece strada un piccolo abisso silenzioso, accompagnato da ossessioni, apatia e voglia di riposare. Mi sembrava così di non aver costruito niente, arrivarono mille domande e subito pensai di tornare in terapia e valutare se il farmaco stesse ancora facendo la sua parte. 

La verità è che ero caduta in depressione, in un modo diverso da quello che conoscevo. Non era la solita depressione arrivata in seguito al logoramento mentale causato dal DOC, era qualcosa di nuovo.

Il richiamo allo stare a letto e al buio era sempre più forte, giorno dopo giorno al solo pensiero di alzarmi sentivo brividi percorrere tutto il mio corpo, “Barbara torna a letto” oppure “Come fanno gli altri a vivere? Io vorrei solo stare immobile“. Giorni infiniti a contare le ore sperando che finissero, panico al pensiero di una nuova giornata, gli occhi che bruciano e che cercano solo il buio, l’appetito che se ne va… “Come faccio ad aprire gli occhi anche domani?” Questo è stato il pensiero che più mi spaventava, la vita stava iniziando a pesarmi, io che avevo da sempre le ossessioni sulla morte e la scongiuravo con ogni rituale, cosa stava succedendo? 

Stavo cadendo a pezzi. Non facevo altro che pensare ai 20 anni e oltre passati dietro al DOC, vivendo di convinzioni immaginarie, un mondo irreale, con la vita che scorreva e le opportunità che vedevo passare senza mai poterle afferrare: la malattia mentale mi aveva preso gli anni più felici, ho iniziato a pensare.

Un lutto enorme, insostenibile, una tristezza arresa a se stessa alla quale non sapevo come reagire, una rabbia immensa che non si placava, quel senso di nullità che ti pervade e ti sconfigge, mi sentivo piccola e persa. Come si fa fronte a questi pensieri? 

La consapevolezza di dover tornare in terapia era orribile, di nuovo? Ancora traumi, ancora a parlare del passato? Ero sfinita solo all’idea.

Il DOC iniziava a riprendere a controllare la mia vita ed io non avevo l’energia neanche per uscire a camminare. Iniziavo a darmi colpe “questo è perché non fai la passeggiata mattutina, perché non prendi le vitamine e non accetti qualsiasi lavoro… Stai sempre a letto!” 

Quando ho fatto l’ennesimo colloquio con la psichiatra mi ha detto una cosa importante: 
“Lei sta andando contro se stessa, non sta accettando il suo stato depressivo, se avesse l’influenza andrebbe a correre? Lasci al farmaco la maniera di fare effetto”. 

Quelle semplici parole mi hanno tagliata, ho capito che ero vittima pure io dello stigma, così ho riavvolto il nastro. 

Meditando su quelle parole, per la prima volta ho capito cosa purtroppo porta tante persone a chiudere con l’esistenza, a smettere di esserci. Ancora una volta, spettava a me. Bastava semplicemente tendere la mano verso l’aiuto e l’amore che mi circondavano, ma dovevo essere io a voler uscire da quella situazione. Questo dolore mi ha cambiata, perché ho conosciuto quel nero che non vuole darti possibilità di uscita. Mi rivolgo a chi ci è passato e ci passa: dovete accettare la depressione per uscirne, e dovete chiedere aiuto, sempre. Non esiste un altro modo, non ci sarà mai la passeggiata miracolosa o qualsiasi rimedio che viene da fuori. Parla sempre, perché parlare salva la vita.

Articolo di Rita
per il progetto “Attivismo Digitale