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I matti non mentono

23/08/2021

“Proust pensava che i suoi lettori non leggessero i suoi libri, ma se stessi; il libro era solo una lente di ingrandimento attraverso la quale si sarebbero letti. Se la letteratura è una lente di ingrandimento, la follia è più potente. È lente e specchio. Non pensate che l’immagine sia deformata. Ci mostra come siamo fatti negli strati più profondi dell’anima, quelli nascosti. Se questa cosa vi mette tristezza, non andate mai a trovare i matti.”

Beati gli inquieti - Stefano Redaelli, Neo Edizioni

E invece ci va, Antonio, protagonista di questo piccolo gioiello che è Beati gli inquieti” di Stefano Redaelli, già candidato al premio Strega 2021. Ci va da professore universitario (alter ego dell’autore, forse, che insegna Letteratura Italiana a Varsavia?) interessato a conoscere la follia da vicino. Che poi questo sia solo un espediente narrativo di pirandelliana memoria e Antonio stesso sia un paziente, come ci lascia intendere il finale, ha poca importanza. Quello che importa qui è che mettendo piede nella Casa delle farfalle, questo il nome della struttura per pazienti psichiatrici in cui Antonio si fa fittiziamente ricoverare per conoscere i matti da vicino, il protagonista incontrerà delle persone.

Persone e non patologie, e già questo sembra un punto a favore di quella che a tutti gli effetti è un’opera letteraria e non certo un trattato sulla follia.

Opera letteraria dunque, intessuta in una lingua poetica che è quella dell’autore, del suo protagonista, ma anche dei “matti” che con i loro discorsi spesso illuminano spazi di realtà preclusi alla “normalità.

I matti non mentono”, scrive l’autore elencando le tre ragioni per cui nessuno frequenta i matti: è proprio nel frequentarli, nel vivere con loro, che Redaelli ci porta a comprendere come “anche quando parlano di cose che noi non vediamo, non sentiamo, che non esistono, proprio allora stanno dicendo una verità”.

Proprio come la letteratura che fingendo ci dice il reale, il matto parlando ci dice una verità, che forse non è l’unica ma senz’altro è una di quelle possibili. A mano a mano che il racconto avanza, sembra che il protagonista Antonio, iniziale osservatore esterno, diventi egli stesso più parte del mondo che lo circonda. E non “ammattendo”, ma semplicemente entrando in un dialogo via via più intenso con i compagni di ricovero ma anche con sé stesso. Sottilissima questa trasformazione, che ci mostra, senza voler affatto dimostrare, qualcosa che tutti sappiamo ma che è molto difficile raccontare: che la linea di demarcazione tra la normalità e la follia è sempre mobile, impalpabile, inquieta, per usare l’efficace aggettivo del titolo di questo romanzo.

L’incedere del libro, in un presente che, scrive l’autore con mirabile acutezza, è il tempo della schizofrenia, del pensiero che si frantuma (contrapposto al passato, tempo della depressione) è esso stesso una forma frammentata: dall’iniziale stile documentaristico si passa ai dialoghi, ai frammenti in prima persona degli ospiti, a immaginarie (o reali?) pièces teatrali che hanno per protagonisti sempre loro: Marta, Cecilia, Angelo, Carlo, Simone. Curiosamente chi rimane sempre un po’ estranea al dialogo, pur facendone parte, un po’ in disparte, è la psichiatra che ha permesso ad Antonio di entrare alla casa delle farfalle per conoscere i matti. È lei, rappresentante della normatività, del pensiero razionale, della presunta normalità, a farsi silenziosamente estranea in questo romanzo in cui i protagonisti sono loro, gli Altri, cui non si può non affezionarsi ogni pagina di più.

Camilla
Articolo realizzato per il progetto Attivismo Digitale

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