02 Giugno 2022

Guardarsi allo specchio e sentirsi male. Guardarsi dentro e sentirsi peggio”.

Sono le prime parole scritte da Nora, 17 anni, quando comincia a raccontare, percorrendo la sua discesa nell’inferno dei disturbi alimentari.

Anoressia nervosa, binge eating, bulimia…ma non solo. Vigoressia, ortoressia, disturbi alimentari Non Altrimenti Specificati (NAS).

La realtà di queste patologie è tutto fuorché un romanzo rosa, nonostante la fase conosciuta come “luna di miele”: chi l’ha attraversata, lo sa bene. 

Non c’è nulla di romantico nelle ginocchia livide a causa del tempo passato sul pavimento del bagno, con le dita in gola e la testa nel cesso. 

Pezzi di cibo, precedentemente sminuzzato all’infinito, che risalgono lo stomaco, graffiano la gola, fuoriescono dalla bocca schizzando nel water e sporcando il pavimento, il tappeto appena lavato, i vestiti con cui dovrai uscire, prima o poi, dalla gabbia in cui sei imprigionato. 

Ore passate in palestra, in compagnia di nessuno se non di urla nella testa. Corse allo sfinimento, esercizio fisico maniacale, forze perdute rincorrendo “la perfezione”, tanto ideale quanto mostruosa, fino a quando il mostro non diventi tu; non riconosci più il tuo corpo ma, soprattutto, non riconosci più la tua mente. Hai provato a controllarla, ora è lei che controlla te.

Provi a ripensare a quando è successo, cosa è accaduto, perché. Quando il tuo dolore ha cominciato a urlare attraverso il tuo corpo? 

Provi a ricordare quando hai smesso di affidarti alle parole. Quando hai accettato l’ultimo invito a cena. Quando hai deciso di contare i passi fatti, anche in casa, in tondo, pur di raggiungere il tuo obiettivo, mai troppo alto. 

Quando hai smesso di non ascoltare i tuoi istinti, che si trattasse di fame, sazietà o amore? 

Il vuoto che senti non è legato al cibo. Dopo anni lo sai. Eppure, è così difficile affrontare ciò che si nasconde sotto la punta dell’iceberg. Hai bisogno di aiuto. Non è una debolezza, al contrario, sei consapevole del coraggio e della forza necessari per afferrare la mano che ti viene tesa. 
In Italia, la mappa dell’Istituto superiore di sanità dedicata ai servizi sui disturbi alimentari segnala, a oggi, la presenza di 108 strutture accreditate su tutto il territorio nazionale. Obiettivo della mappatura dei centri: facilitare la richiesta di aiuto e informare sull’assistenza.

Durante la pandemia le persone che soffrivano di un disturbo alimentare si sono aggravate. Secondo i dati relativi a una survey conclusasi a febbraio 2021, basata sull’incrocio di diversi flussi informativi analizzati dal Consorzio interuniversitario CINECA, i casi sono aumentati di quasi il 40% rispetto al 2019. I dati della survey rivelano anche un ulteriore abbassamento dell’età di esordio: il 30% della popolazione ammalata ha meno di 14 anni.

In crescita anche la diffusione nella popolazione maschile, che nella fascia d’età compresa tra i 12 e 17 anni arriva a rappresentare il 10% dei casi.

Con la pandemia, secondo uno studio internazionale pubblicato pochi mesi fa dall’International Journal of Eating Disorder, i sintomi associati a disturbi alimentari sono aumentati del 36%, i ricoveri del 48%.

Solitudine, allontanamento dalla realtà, peggioramento dell’umore, atti di autolesionismo, maggiori accessi al pronto soccorso…Incertezza e timore per il futuro hanno acuito le paure e i problemi psichici.

Dall’inizio della pandemia sono state pubblicate molte ricerche sull’aumento di casi di disturbi del comportamento alimentare, questo sì è tradotto in una maggiore richiesta di posti letto, purtroppo ancora insufficienti per assorbire la richiesta.

Spesso, chi soffre di DCA riesce ad accedere alle cure necessarie solo dopo lunghe liste d’attesa. Questo, però, non deve scoraggiare chi è ammalato. Guarire si può. È importante tenerlo a mente.

“Non rimango più ore e ore tra le corsie di un supermercato, sempre troppo freddo nonostante i tre maglioni addosso, a guardare e riguardare ogni valore nutrizionale di ogni prodotto presente su ogni scaffale, per poi non acquistare nulla. Non mi capita neppure più di riempire il carrello a dismisura, per poi svuotarlo nel mio stomaco non appena rientrata in casa. Non ho più il sapore dei surgelati ingoiati direttamente dal freezer. Il cibo non è più un nemico. Ma, soprattutto, io non sono più mia nemica.

Ho imparato ad amarmi e ho accettato di farmi amare. Ho imparato a gestire il tempo che passa, l’idea di crescere. Ho capito come affrontare la realtà, gioie e dispiaceri inclusi. Ho compreso come sfogare la rabbia e come esternare i miei diversi sentire in modo sano. È stato un percorso difficile, doloroso, lungo, ma lo ripeterei sempre perché sempre sceglierei la vita. Ora so come farne parte anch’io”. (Nora, 23 anni.)



Articolo realizzato da Eleonora
per il progetto “Attivismo Digitale

Disturbi alimentari: il buio oltre lo specchio