16 Febbraio 2024

Pet-therapy: oltre la semplice amicizia, gli animali diventano attori di percorsi terapeutici

La Pet-therapy, o zooterapia, è entrata a pieno titolo in diverse realtà.

Si tratta di terapie che si avvalgono della presenza di un animale, più spesso da compagnia come il cane, in differenti lavori e con diverse tipologie di pazienti o utenti. Oggi sono in costante evoluzione e riconosciute in modo più sistematico grazie a studi dedicati, che mettono in luce i benefici della presenza di un animale accanto a persone affette dalle malattie più varie. Le terapie con animali sono entrate, infatti, a far parte anche del mondo della medicina somatica.

Le motivazioni di questa crescita, a mio parere, trovano collegamenti con l’innegabile realtà che sempre più persone accolgono, nella loro vita, amici a quattro zampe; basti osservare chi ci cammina accanto per strada: la presenza di un guinzaglio alla mano è ormai consuetudine. Le motivazioni, quindi, potrebbero avere radici nel nostro stile di vita che diventa più individuale, spesso solitario, a causa delle trasformazioni della società; nonché nella crescita dell’urbanizzazione, che si correla alla perdita di un legame stretto con la natura, del quale forse l’uomo inizia a soffrire la mancanza, consapevole o inconsapevole che sia.

Ritroviamo in letteratura lavori scientifici che descrivono molti setting (scenari terapeutici) possibili. Ci sono le cosiddette Attività Assistite con Animali, che mirano a un aumento della qualità della vita (pazienti anziani o con handicaps fisici), il supporto degli animali dato a individui con deficit sensoriali e le zooterapie propriamente dette.
Ed è il cane a essere più spesso protagonista, per la sua spontanea prossimità all’essere umano, la sua addestrabilità e la capacità innata, universalmente riconosciuta, di interpretare le emozioni umane e modificare il suo comportamento in base a esse.

Possiamo facilmente immaginare quanto l’entrata di un cane, gioioso e scodinzolante, in una struttura residenziale per anziani, ne cambi subito l’atmosfera, così come lo stesso effetto lo dia la compagnia stabile di un gatto.
Dunque, si spazia da attività ludiche o occupazionali in presenza di animali, ad attività finalizzate a obiettivi educativi, relazionali, o coadiuvanti di terapie specifiche (come ergo o fisioterapia).

Nei lavori di Pet-therapy classica, condotti con adulti o bambini, l’operatore coinvolge il proprio cane e attraverso la relazione che s’instaura, e i compiti che il paziente e l’animale svolgono insieme, si raggiungono gli obiettivi di cura stabiliti. Il cane è sollecitato attivamente e, anche se ha sempre la possibilità di mettersi a riposo dagli stimoli, comprende bene la richiesta d’interazione, perché si appoggia sul legame affettivo, rassicurante e nutriente, che ha con il suo umano, in quel momento terapeuta e conduttore del lavoro.

Il cane diventa mediatore: invece di carta e penna, della musica o di un gioco, il paziente incontra qualcuno che può essere toccato, coccolato, abbracciato, un essere caldo e morbido con il quale vivere la maggior parte delle interazioni.

E quando è uno psicoterapeuta, psicologo o psichiatra, a lavorare in presenza del suo cane?

Io stessa, nell’attività di psichiatra e terapeuta, accolgo i pazienti insieme alla mia cagnolina. E, come me, tanti altri colleghi. In questo caso, il momento terapeutico non è costruito attorno alla cura o all’interazione con l’animale, ma quest’ultimo si ritrova spettatore di un processo in corso, che si svolgerebbe in ogni caso e per il tramite della parola.

Il cane del terapeuta, allora, che ruolo riveste nella stanza di terapia?

Personalmente ritengo, sulla base delle osservazioni raccolte nella pratica clinica quotidiana, che sia un importante facilitatore della relazione. Accoglie il paziente, stabilisce con lui un legame, mediato anche dalla vicinanza fisica, e permette di ridurre la tensione quando presente, con il suo sguardo accogliente, la sua ricerca di carezze, la sua spontanea giocosità. Inoltre riduce un eventuale timore del giudizio, che può essere presente nei primi colloqui, rendendo più rassicurante e “umano” il contatto.

Vorrei sottolineare proprio questa particolarità che, secondo me, è centrale: la presenza di un animale accanto al terapeuta rende “più umano” il terapeuta. Può essere così difficile, infatti, entrare nella stanza di un professionista e raccontare ciò che fa male, ciò che si sente, i propri timori, svelarsi davanti a qualcuno del quale spesso si teme il giudizio. Vedere il professionista accarezzare il proprio cane, assistere alla relazione che ha con lui e sentirlo pronunciare nomignoli, parole buffe, credo che porti il paziente, anche solo inconsapevolmente, a viverlo come un professionista capace di cura, ma anche di tenerezza, di commozione, di sentimenti benevoli e cioè “umano” nel senso più nobile del termine. Inoltre il terapeuta svela automaticamente qualcosa di sé al paziente, perché il legame con il proprio cane è personale e fortemente intimo e, nella stanza di terapia, viene condiviso.

Trovo tutto ciò di una grande ricchezza, ovviamente se accettato preliminarmente dal paziente e declinato nella garanzia di sicurezza e rispetto di tutte le parti, e spero che sempre più colleghi possano aprirsi a questa possibilità e trovare il tempo e il desiderio di descriverne i benefici. Sappiamo già quanto la relazione con gli animali stimoli e migliori l’empatia, ma è soprattutto oggi che, credo, ci sia un grande bisogno di ritrovare quelle radici naturali che condividiamo con i nostri amici a quattro zampe, per arricchire, incrementare, le nostre migliori qualità umane.

Articolo di Lara
per il progetto “Attivismo Digitale