31 Maggio 2024

Ho due figlie, ormai grandi, di 22 e 25 anni, che in adolescenza hanno sofferto di anoressia nervosa: una è completamente guarita, l’altra sta ancora combattendo con l’aiuto di un’adeguata equipe di professionisti competenti. Il loro percorso è stato completamente diverso, perché ogni persona lo è e anche la malattia mentale si declina per ciascun paziente con differenti modalità. 

È molto difficile riassumere il vissuto di mamma accanto a loro: ho partecipato in prima linea al riconoscimento dei sintomi, ho lottato contro di loro perché riuscissero a capire di aver bisogno di aiuto, ho combattuto accanto a loro affinché accettassero le proprie fragilità, le ho accompagnate attraverso mille difficoltà nel percorso di cura, aiutandole a fidarsi dei medici…Insomma, si può dire che sono stata anch’io travolta nel lungo viaggio, nel tunnel della malattia. 

Quando sono cominciati i primi sintomi, mia figlia aveva 15 anni e sembrava “soltanto” un momento di fragilità adolescenziale: desiderio di autonomia, timidezza e chiusura caratteriale, difficoltà nel relazionarsi coi genitori… insomma tutti elementi facilmente riscontrabili in adolescenza. E quindi… lasciamoli in pace questi ragazzi, hanno bisogno di trovare la loro identità, di scontrarsi coi genitori! 

Durante l’età adolescenziale può capitare che abbiano esordio i disturbi mentali e che non vengano riconosciuti per tempo oppure sottovalutati. La differenza tra malattia mentale e disagio adolescenziale deve tenere presente tre importanti fattori: l’intensità, la durata e l’influenza sulla vita quotidiana. È così che ho riconosciuto la gravità del disturbo delle mie figlie: non avevano brevi periodi di tristezza, difficoltà di relazioni o momenti di ansia, ma una situazione di malessere che ha impattato gravemente sulla loro quotidianità. Un isolamento sociale prolungato, un dimagrimento veloce, una perenne tristezza, una perdita di interesse per qualsiasi cosa: questi gli elementi che mi hanno spinta a cercare aiuto. Mi accorsi che il rapporto col cibo era sempre più anomalo, la perdita di peso repentina, la solitudine assoluta e totalizzante, gli scontri troppo accesi… e così ho cominciato a cercare persone che mi aiutassero a capire cosa stava succedendo e come intervenire. Mi sono rivolta dapprima alla pediatra che aveva seguito la loro crescita fin da quando erano piccole e contemporaneamente chiesi aiuto alla psicologa della scuola.

Cominciai così a capire che non si trattava solo di qualche fatica adolescenziale, ma che c’era davvero bisogno di chiedere il supporto di medici competenti. Mi rivolsi a qualche centro ospedaliero, feci vari colloqui finché trovai un posto che aveva una modalità di approccio che mi sembrava potesse funzionare con il carattere di mia figlia. Fu un passaggio durissimo portare mia figlia a quegli incontri, così come fu altrettanto difficile farla andare dalla psicologa: lei sosteneva di non aver nessun problema, di voler solo essere lasciata in pace. Dovevo trascinarla con la forza, affrontare le sue urla, spingerla dentro al taxi, sostenere il suo sguardo di odio nei miei confronti: andò avanti per qualche mese a non aprire bocca quando andavamo dai medici, con la psicologa stava seduta un’ora alla settimana senza dire una parola!

La famiglia viene completamente stravolta quando un figlio si ammala di una patologia psichiatrica: non esiste più serenità, gli equilibri vengono totalmente stravolti, non c’è più spazio per eventi gioiosi, tutto viene avvolto da una spessa coltre di fumo denso e accecante, i momenti dei pasti – fino a quel momento incontri gioiosi e arricchenti – si trasformano in un incubo, per tutti. Quel tavolo attorno al quale la famiglia riunita si scambiava opinioni, confidenze e racconti divertenti diventa luogo di tensioni, campo di battaglia, fonte di ansia e dolore.

Il lungo viaggio accanto a mia figlia è stato pieno di grandi fatiche, momenti di sconforto ma anche di soddisfazioni quotidiane, di piccole vittorie, di brevi passi verso la presa di coscienza e finalmente si è giunti alla guarigione. Col tempo, con gli anni, cominciò ad accettare la presenza dei medici, iniziò a fidarsi e ad accettare consigli e terapie, a fasi alterne parlava e si apriva anche con noi in famiglia. Ci furono ricadute, momenti di sollievo e periodi difficili e pieni di difficoltà, ma dopo qualche anno ricominciò ad avere interesse per la vita: dapprima riprese ad avere qualche relazione amicale, a fare attività sportiva, ad avere una buona alimentazione finché arrivò il giorno in cui uscimmo dal controllo ospedaliero senza un altro appuntamento. Provai un immenso piacere, il sollievo che sentii mi fece scendere lacrime di felicità e l’abbraccio con mia figlia ci riempì di gioia. 


È molto difficile vivere accanto a una persona che soffre, lo è ancora di più se c’è amore, se il dolore è interiore e psicologico e così devastante da distruggerne piano piano il corpo. Si tratta di una malattia, non di un capriccio: nessuno potrebbe scegliere di farsi così tanto male. È chiaro che in quel momento i nostri figli non trovano un’altra strada per urlare al mondo la loro fragilità e le loro paure.


Come mamma ho imparato a convivere col senso di inadeguatezza, a rispettare i loro tempi, ma anche ad avere fiducia in loro, a spronarle sostenendole. È una continua ricerca di equilibrio, che non è mai duraturo, ma cambia ogni giorno perché la malattia ha facce diverse e loro intanto crescono e imparano a fare i conti con limiti e punti di forza. 
È davvero complicato: i genitori vorrebbero vedere i figli felici, godere dei successi e della compagnia dei coetanei, gioire per amore, realizzarsi tra esperienze entusiasmanti e nuove scoperte. Ma poi, quando finalmente ho visto mia figlia rifiorire, ricominciare a ridere e a uscire, a gioire e a parlare, quindi a vivere, tutti gli sforzi e le fatiche, le ansie e le preoccupazioni sono diventate un ricordo lontano. Ebbene si guarisce! Certamente mentirei se dicessi che è facile, ma non bisogna mai arrendersi, mai pensare che non se ne esca: la fiducia è un motore fondamentale. 

La sensazione di impotenza mi ha spesso travolta, sentirmi in colpa per essere forse, seppur inconsciamente, la causa delle loro fatiche è terribile: la mente si riempie di pensieri, il rimuginio non mi abbandona mai, mi sento sempre alla ricerca di nuove strade, leggo di tutto sull’argomento, seguo convegni, ascolto interviste, mi informo, ma a volte sembra che nulla davvero serva. La mia seconda figlia è ancora incastrata in questa malattia, che in lei si declina con modalità differenti e che non le lascia tregua: i disturbi del comportamento alimentare si accompagnano spesso a depressione e ossessioni e il senso di impotenza che un genitore prova è davvero molto spesso soffocante. Assistere impotente al deperimento fisico è molto avvilente, ma bisogna considerare che i DCA richiedono tanto tempo per essere accettati, affrontati e combattuti.
Ci si deve affidare a medici competenti, perché i disturbi del comportamento alimentare sono difficili da riconoscere e da trattare, dal momento che impattano non soltanto sulla mente, come tutte le malattie mentali, ma comportano grave deperimento del fisico, con conseguenze molto spesso devastanti. 
È inutile cercarne le cause, frugare nei ricordi con la speranza di scovare degli errori da riparare: ci sono fattori genetici, caratteriali, psicologici e sociali che concorrono all’insorgenza di queste malattie nelle loro più svariate forme. 
Ai genitori che mi leggono consiglio di non nascondersi, di non vergognarsi nel chiedere aiuto, perché queste malattie sono davvero molto diffuse e vale la pena appoggiarsi a chi è competente per combattere con forza accanto ai propri figli. Gravano ancora molti pregiudizi sulle malattie psichiche e questa è spesso la causa dell’isolamento di chi ne è colpito, rendendo così più complicato il percorso di cura.  

Una mamma, una volontaria