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12 Maggio 2026

Cosa pensano davvero i giovani della salute mentale? Ce lo dice la ricerca nelle scuole.

Oltre 3.500 studenti, 29 scuole, 67 incontri: Progetto Itaca ha portato la salute mentale nelle scuole milanesi e ha analizzato le risposte degli studenti con l’intelligenza artificiale. Sara Pagano racconta cosa emerge dai dati: lo stigma, le strategie di coping, il bisogno di ascolto e i risultati concreti degli interventi.

Oltre 3.500 studenti, 29 scuole, 67 incontri. Sara Pagano analizza i dati raccolti da Progetto Itaca nelle scuole milanesi e racconta cosa pensano davvero i giovani della salute mentale.

Di Sara Pagano — Tesi di Master, Volontaria Attivismo Digitale, Progetto Itaca

 

Nel corso dell’anno scolastico 2024/2025, Progetto Itaca ha portato la salute mentale dentro 29 scuole milanesi, coinvolgendo 177 classi e oltre 3.500 studenti in 67 incontri di prevenzione e sensibilizzazione. Un lavoro capillare, guidato da 20 psichiatri e 15 volontari formati.

Ma la cosa davvero interessante non è solo quante persone sono state raggiunte. È quello che hanno detto.


Ascoltare i giovani, davvero

Durante ogni incontro, agli studenti sono state poste domande anonime attraverso Mentimeter, uno strumento digitale che permette di rispondere in tempo reale dal proprio telefono. Migliaia di risposte aperte, raccolte in modo anonimo, su come si sentono, cosa li spaventa, come reagiscono quando stanno male.

Analizzare tutto questo a mano sarebbe stato impossibile. Per questo è stato sviluppato un sistema basato sull’intelligenza artificiale generativa — in particolare ChatGPT — per normalizzare, categorizzare e interpretare i dati. Non per sostituire il giudizio umano, ma per renderlo più veloce, più preciso e più capace di cogliere tendenze altrimenti invisibili.

Il risultato è una mappa dei bisogni reali degli adolescenti italiani rispetto alla salute mentale. Ecco cosa emerge.


“Stare bene dipende dagli altri”

Alla domanda “Cosa influenza la nostra salute mentale?”, il 76% degli studenti ha indicato fattori ambientali e relazionali: le relazioni con gli altri (33%), la scuola (23%), il contesto di vita (10%).

In pratica, per i ragazzi il benessere psicologico non è qualcosa che si costruisce dentro di sé, ma qualcosa che si costruisce insieme agli altri. Non parlano di fragilità personali, ma di pressioni scolastiche, dinamiche di gruppo, clima emotivo.

Questo è un dato culturalmente molto interessante: durante l’adolescenza l’identità si struttura attraverso il confronto con i pari, ed è comprensibile che il benessere venga vissuto come strettamente legato alla qualità delle relazioni. Allo stesso tempo, emerge una minore consapevolezza del ruolo che stili di vita, abitudini e vulnerabilità biologiche hanno sul benessere psicologico — un’area su cui gli interventi educativi possono lavorare.


Lo stigma c’è ancora, ma cambia forma

Alla domanda su cosa frena dal chiedere aiuto, il 46% degli studenti ha risposto: “Perché si viene giudicati male dagli altri.”

Lo stigma sociale rimane la barriera principale. Non è una questione di soldi o di informazioni: è una questione di paura del giudizio.

Eppure c’è un segnale incoraggiante: il 21% degli studenti indica come ostacolo la difficoltà a riconoscere e accettare il proprio disagio — uno stigma interno, personale. Questo suggerisce che qualcosa sta cambiando: i ragazzi iniziano a guardare dentro di sé, a riconoscere che il problema non è solo esterno. È un segnale di maturità emotiva che vale la pena coltivare.

Un altro dato significativo: la percentuale di studenti disposti a rivolgersi a figure di supporto è passata dal 10% al 30% dopo gli incontri. Parlare di salute mentale in modo aperto e non giudicante funziona.


Quando si sta male: strategie tra isolamento e connessione

“Cosa fate quando state male?” — anche qui i dati raccontano una storia precisa.

Il 46% degli studenti mostra comportamenti di chiusura: dormire, isolarsi, non fare nulla. Il 43% pratica attività di conforto individuale. Solo il 10% cerca il confronto con altre persone.

I ragazzi hanno risorse per gestire il disagio, ma le usano quasi sempre da soli. Il passaggio dal coping individuale al supporto condiviso è ancora fragile. E quando cercano qualcuno, si rivolgono agli amici — raramente a genitori, docenti o psicologi.

Questo non è necessariamente negativo: gli amici sono una risorsa preziosa. Ma se il gruppo non ha gli strumenti giusti, il supporto resta emotivo senza diventare efficace. Il messaggio per gli adulti è chiaro: non basta essere disponibili, bisogna essere percepiti come uno spazio sicuro.


Ansia, panico, bisogno di risposte concrete

Dalle risposte emerge un tema dominante: l’ansia. Gli studenti non cercano solo informazioni teoriche sui disturbi mentali — cercano strumenti pratici per gestire ciò che già vivono. Come gestire un attacco di panico. Come riconoscere quando l’ansia diventa troppa. Come smettere di avere paura dell’ansia stessa.

La richiesta implicita che attraversa tutte le risposte non è solo di informazione. È di relazione. Di adulti affidabili che ascoltino, guidino e non giudichino.


I risultati parlano chiaro

Al termine degli incontri, i dati sulla percezione degli studenti mostrano un cambiamento concreto:

  • 85% trova la presentazione utile
  • 80% dichiara di aver imparato cose nuove
  • 90% si sente più aperto ad ascoltare un amico con un disturbo
  • 94% comprende meglio i fattori che influenzano la salute mentale

Numeri che confermano una cosa semplice: parlare di salute mentale nelle scuole, in modo accessibile e partecipativo, funziona.


Cosa ci insegna tutto questo

La salute mentale degli adolescenti non è un problema individuale. È un fenomeno relazionale, situato, che si costruisce — o si compromette — dentro le reti di relazioni in cui i ragazzi vivono ogni giorno.

Questo significa che gli interventi non possono limitarsi a distribuire informazioni. Devono coinvolgere il contesto: la scuola, le famiglie, gli adulti di riferimento. Devono lavorare non solo sulla consapevolezza, ma sulla normalizzazione — rendere legittimo e naturale parlare di come si sta, riconoscere il disagio, chiedere aiuto.

La trasformazione culturale della salute mentale nelle scuole passa dalla capacità di ascoltare in modo sistematico, interpretare in modo critico e intervenire in modo consapevole.

Ed è esattamente quello che Progetto Itaca fa ogni giorno.


Sara Pagano è volontaria del team di Attivismo Digitale di Progetto Itaca. Gli articoli di Attivismo Digitale rappresentano il punto di vista dei volontari e contribuiscono alla missione di Progetto Itaca di promuovere la consapevolezza sulla salute mentale.

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