Mi sono spesso domandata quale sia quella differenza sottile che si interpone fra salute mentale e lavoro. Io sono un’insegnante e soffro di depressione.
Al lavoro, più di una volta, mi è capitato di dover dimostrare di essere capace — non perché non lo fossi, ma perché intorno a me c’erano colleghi che vedevano la mia malattia come un limite. Un limite alla comprensione, alla competenza, all’affidabilità.
Si parla tanto di inclusione a scuola. Ma quanta inclusione c’è fra docenti? Perché spesso sono proprio i colleghi a fare ostruzionismo verso chi convive con una patologia — fisica o mentale.
Anche a me è successo: ho subito mobbing da parte di ex colleghi che hanno usato la mia depressione come arma per screditarmi. Io, che della mia malattia non mi sono mai vergognata. Io, che non ho mai nascosto a nessuno di soffrire di depressione, perché credo che parlarne sia necessario per rompere il tabù e abbattere lo stigma.
Le persone che convivono con un disturbo mentale che si tratti di depressione, disturbi d’ansia o altro sono assolutamente in grado di lavorare. Ogni giorno, con la terapia giusta e il supporto adeguato, milioni di persone lo dimostrano. Eppure il sistema fatica a riconoscerlo.
Chi è seguito da un Centro di Salute Mentale si trova spesso davanti a una sola opzione: un tirocinio sottopagato, classificato come percorso per “disabili”, che non corrisponde a un lavoro vero.
Questo è un limite insieme legislativo e culturale. Una borsa lavoro può essere un punto di partenza, ma non può diventare una condizione permanente. Chi ha un progetto di autonomia in corso ha il diritto di provare — davvero — a costruirsi un futuro lavorativo.
Invece, anche tra chi opera nel campo della salute mentale, si cade nell’abilismo: si sottovalutano le capacità, si abbassano le aspettative, si rinuncia in anticipo.
Parlare di salute mentale e lavoro significa anche questo: riconoscere che il problema non è nella persona che convive con un disturbo, ma in un contesto che ancora non sa come accoglierla.