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Disturbi alimentari e stigma sociale: cosa sappiamo sul tema?

19/05/2022

I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) sono disturbi mentali oggetto di stigma sociale.
Lo hanno dimostrato numerosi studi condotti dai primi anni Duemila a oggi. In vent’anni è davvero cambiato qualcosa nella percezione sociale di questi disturbi?

Di recente è stata pubblicata una revisione sistematica (un articolo che racchiude tutto quello che a oggi sappiamo su un determinato tema) sulla rivista Nutrients che ha raccolto quarantasei studi nel campo delle scienze sociali, condotti dal 2001 al 2021 in diversi Stati europei e del mondo, sul tema dello stigma nei confronti dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA).
Ciò che emerso è sorprendente: il filo conduttore che unisce tutti gli studi èla tendenza generale a sottovalutare la complessità dei DCA. Approfondiremo tre dei quarantasei lavori: uno dei primi pubblicati su questo argomento e due ricerche italiane recenti.

È il 1998 e siamo in Gran Bretagna, un professore di psichiatria, Arthur Crispr, con il suo gruppo di studiosi coinvolge oltre millecinquecento persone (selezionate casualmente a partire da un grande campione) a cui sottopone un questionario per approfondire la percezione sociale su varie malattie mentali. Il risultato dello studio (Crispr at al., 2001) ha evidenziato che più di un terzo degli intervistati colpevolizzava le persone con un DCA della loro condizione, credendo che sarebbero state in grado di guarire in qualunque momento se solo avessero voluto.

Molti anni dopo, nel 2015, un gruppo di ricercatori italiani indaga le opinioni degli studenti universitari sui DCA (Caslini et al., 2016). Partecipano al sondaggio oltre duemila studenti di un’università di Milano, compilando dei questionari online. I livelli più alti di stigma erano presenti nei giovani di età compresa tra 18 e 25 anni che vivevano in famiglia.

Ecco le considerazioni più comuni: “i disturbi alimentari sono un modo per attirare l’attenzione”;le persone con un disturbo alimentare dovrebbero smetterla di ossessionarsi sul loro aspetto e il loro peso”; “dovrebbero lavorare di più sull’autocontrollo per guarire dal disturbo”.

È sorprendente notare come a distanza di quindici anni, le considerazioni sui DCA nei due studi siano molto simili. Il terreno comune, infatti, è la credenza – del tutto sbagliata – che i DCA siano una scelta e che chi ne è affetto sia responsabile della propria condizione.
Naturalmente, un disturbo alimentare non è mai una scelta. È una malattia. Una persona con Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa, Binge Eating disorder (o qualsiasi altro DCA) non ha alcun controllo sulla propria condizione esattamente come non ce l’ha un individuo affetto dalla malattia di Parkinson o di Alzheimer.

Tra il 2018 e il 2019 un secondo gruppo di studiosi italiani (Lupo et al., 2020) porta avanti un’indagine simile; questa volta, però, i partecipanti sono studenti iscritti al corso di laurea in Infermieristica di due università italiane – che dovrebbero essere liberi da qualunque forma di pregiudizio, dato il ruolo che dovranno ricoprire. È risultato che gli studenti intervistati consideravano l’influenza dei social media come la causa principale dell’insorgenza dei DCA e, come seconda causa, la mancanza di una rete sociale solida di supporto.
Anche in questo caso i risultati mettono in luce uno stereotipo: i DCA sono dipinti come fenomeni strettamente correlati a fattori sociali (i social media). Se è vero che le influenze socio-culturali rappresentano un fattore di rischio, considerarle come la causa principale dell’insorgenza dei disturbi è una semplificazione estrema e sbagliata.
I DCA, infatti, sono disturbi mentali multifattoriali. Ciò significa che sono il risultato dell’interazione tra più fattori predisponenti. In altre parole, non c’è “una sola causa” a determinarne l’insorgenza, ma molteplici cause. L’Anoressia Nervosa, ad esempio, ha basi genetiche, psicologiche, sociali e relazionali, tuttavia, nessuno di questi fattori è sufficiente, da solo, a provocarla.

Ma qual è il punto di vista dei/delle pazienti? Quali sono le conseguenze dello stigma su chi ha un DCA? Un articolo pubblicato di recente (Foran et al., 2020) ha indagato proprio questo aspetto.
Le persone con DCA sono consapevoli dello stigma sociale che pesa sulla loro condizione e della tendenza generale a proporre cause superficiali per spiegare i disturbi. E questo ha effetti negativi sul piano psicologico, sociale e relazionale. La principale conseguenza è l’auto-stigma: introiettare le credenze negative e provare vergogna, sensi di colpa, o arrivare a credere di essere davvero responsabili della propria condizione. Ciò può portare a nascondere il disturbo, invece di comunicarlo per affidarsi ai professionisti della salute mentale e ricevere le giuste cure. Queste ricerche, come accennato all’inizio, hanno messo in luce che l’opinione pubblica ha la tendenza – che non ha subito grandi evoluzioni nel tempo – a sottovalutare i DCA, considerandoli fenomeni esclusivamente sociali e non veri e propri disturbi psichiatrici che meriterebbero una seria considerazione e una presa di coscienza collettiva. Come abbiamo visto, infatti, le credenze radicate nel tessuto sociale rischiano di ostacolare le diagnosi e i trattamenti precoci, cruciali per guarire da queste malattie.

Articolo realizzato da Francesca
per il progetto “Attivismo Digitale

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