01 Giugno 2022

A onor del vero, bisogna ammetterlo: stare accanto a una persona che soffre di Disturbo Ossessivo Compulsivo non è affatto semplice.

Solitamente questo ingrato e arduo compito, ahimè, spetta ai genitori. Sarà per quel legame quasi viscerale che, del tutto naturalmente, li vincola a noi.
Sebbene tali figure siano da noi idealizzate, mitizzate e, sin da quando siamo piccoli, assimilate ai supereroi dei fumetti, indistruttibili e infallibili, occorre rammentare che si tratta pur sempre di esseri umani, non esenti dal cadere in errore o commettere sbagli.

Così, una volta trovatisi faccia a faccia con il nostro disturbo mentale, provano sentimenti contrastanti, ineluttabili e pienamente comprensibili e condivisibili – paura, preoccupazione, dispiacere, rabbia, esacerbazione, struggimento, ecc. – che li inducono a comportarsi, nei nostri riguardi, ora con accondiscendenza, ora con ostilità.
Non di rado provano un mortificante senso di colpa, ritenendosi gli unici e veri responsabili, pur non volendolo, del disagio psichico che affligge la propria creatura. Beninteso: lungi da me giudicarli!
A prescindere da quale approccio adottino, agiscono sempre a fin di bene, nella speranza di rendere più tollerabile e sopportabile la sofferenza patita da noi figli o di motivarci, stimolarci e persuaderci a reagire.

Ecco, compiendo un piccolo passo indietro, ricordo che i miei genitori, nella fase acuta e devastante del DOC, hanno assunto, nei miei confronti, un atteggiamento accomodante, talvolta intervenendo per evitare di affrontare la situazione, per me motivo di ansia, talaltra rassicurandomi amorevolmente circa i miei tormenti. Di frequente, infatti, assecondavano le mie richieste più stravaganti e curiose: accadeva spesso che chiedessi loro di seguirmi ovunque andassi, persino in bagno, per il timore che potessi, una volta lasciata sola, compiere gesti sconsiderati, folli e letali.

Oppure, in risposta ai miei insistenti dubbi circa la possibilità o meno che impazzissi e desiderassi di uccidermi, affermavano, con molta sicurezza, che non mi sarebbe mai passato per la mente, perché da sempre perdutamente innamorata della vita.

Tuttavia, noi ossessivi lo sappiamo bene, non sono sufficienti a soddisfarci appieno delle rassicurazioni vaghe, imprecise, parziali, occorre che sfiorino la certezza matematica, rigorosa, incontrovertibile ed assoluta, senza alcun margine di errore.
Ma, diciamocelo, queste ultime sono obiettivamente e umanamente impossibili da fornire, persino dal professionista più preparato. D’altronde, l’incertezza è essa stessa vita.

Poi, con il trascorrere del tempo, i miei genitori, nei riguardi del disturbo, hanno assunto un atteggiamento antagonista, critico, conflittuale. Perché, sebbene io – la protagonista principale del malessere – avessi accettato senza riluttanza l’idea di dover convivere con il mio disturbo, loro, oramai sfiniti ed ancora sconvolti, non avevano – a ragione – più alcuna voglia di sentirlo nominare.

Vedete, mai hanno manifestato la propria ostilità con l’uso delle parole o dei gesti, si percepiva dagli sguardi che si incupivano e rattristavano ogniqualvolta gli dicessi qualcosa che avesse a che fare col disturbo. Vi lascio immaginare, poi, come abbiano potuto accogliere il mio desiderio, una volta tornata a vivere, di approfondire lo studio della Psicopatologia forense.

Insomma, in tale seconda fase, si inaspriva inevitabilmente il clima familiare: litigi, discussioni, diverbi, malumori, tensioni che provocavano in me un sentimento di rabbia nei confronti dei miei genitori, istantaneamente trasformato in senso di colpa, che sappiamo essere, in fin dei conti, il vero meccanismo propulsore del DOC.

Un tempo, a questo punto della narrazione, avrei senz’altro pensato: “Ho provato rabbia, sono una persona spregevole, indegna, abietta. E se facessi loro del male?”. A oggi, tuttavia, abbiamo trovato, con pazienza e non trascurabili difficoltà, il nostro equilibrio. I latini esclamavano: “In medio stat virtus”, la virtù sta nel mezzo. E in effetti pare che la soluzione migliore, vivamente consigliata a chi ci sta accanto, consisterebbe nell’opporsi, con gentilezza, alle pretese e intimazioni del DOC. Ma vedete, parliamoci chiaro, siamo esseri umani, l’errore è dietro l’angolo e fa parte della vita stessa. Madre Teresa di Calcutta ha detto: “Se qualcuno ti resta accanto nei momenti peggiori, allora merita di essere con te nei momenti migliori”.
Badate bene, “accanto”, senza specificare il modo. Di sicurezza ce n’è soltanto una, posso garantirlo: arriverà per tutti il giorno in cui, assieme a chi è rimasto tenacemente al vostro fianco nella sofferenza, potrete godere, senza riserve, degli istanti più belli che la vita vi dona.

Articolo realizzato da Anna,
per il progetto “Attivismo Digitale

Genitori e DOC