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Itacablog

La mia vita con il DOC

29/10/2021

Quando avevo 7 anni, ricordo di aver trovato un puntino nero in mezzo ad un pulitissimo parquet a casa di mia nonna.

Continuavo a fissarlo e dovevo farlo un tot di volte per stare bene, ma non ci badai.

Sempre a 7 anni, sperimentai per la prima volta quelle che oggi so definire “derealizzazione” e “depersonalizzazione”, insieme a varie crisi esistenziali. Ma fu un qualcosa che tenni per me, non volevo parlarne.

I problemi iniziai a manifestarli nell’estate del 2008, tra i 10 e gli 11 anni, quando non potevo più nascondere i pensieri assurdi che il mio cervello mi obbligava a fare, spaventandomi tremendamente.

Vivevo da mia nonna, e in televisione sento parlare di meningite. E’ lì che il mio cervello decide di andare completamente in tilt. Ricordo solo un pianto isterico e continue ricerche di rassicurazioni nel lettone di mia nonna, insieme a tantissimi pensieri che diedero il via a un’estate passata a pensare alle malattie, alla vecchiaia, alla morte e a varie cospirazioni; in tv si parlava di persone che facevano cose brutte? allora anche io potevo farle. Mi affacciavo dal balcone? allora anche io potevo buttarmi come quelle persone che finivano al telegiornale. Così i miei genitori mi portano in terapia ma dopo una seduta decido di fuggire.

Superati quei mesi sono stata sempre felice. Sono tornata in terapia solo  a 15 anni ma decisi di lasciar perdere di nuovo. La svolta arrivò a 17 anni, quando il DOC venne a chiamarmi. Me lo immagino come un mostriciattolo che voleva dirmi “ehi, sono stato buono per un po’, ma adesso ti farò del male solo perché tu possa accorgerti di me e prenderti cura di noi, non voglio che te ne accorga troppo tardi”.
Eh già, io me lo immagino così: crudele e subdolo, ma che – come insegna la neuroscienza – è un “difetto” che il mio cervello ha, non voleva ferirmi, andava curato. Sì, magari si è manifestato in modo traumatico, ma se non fossi arrivata a quel punto di disperazione, non sarei mai corsa in terapia. Senza il dolore del DOC, non avrei ripreso un percorso che porta inevitabilmente a parlare del passato, cosa che non volevo più fare, ma che era necessaria. Il DOC è stato solo la punta dell’iceberg, mi ha portata da una psicologa che mi ha insegnato cosa fosse questo disturbo, come accettarlo e gestirlo, imparando le varie tecniche di esposizione e di mindfulness. Io ho avuto quasi tutti i tipi di DOC: non amo questo termine, perché credo che il DOC sia uno soltanto, ma ama prendere vari argomenti a cui teniamo e farci credere che siamo l’opposto di ciò che vogliamo. oppure ci fa arrovellare su quegli argomenti che ci stanno a cuore, mandandoci fuori di testa.

Arrivata al mio terzo anno di terapia cognitivo comportamentale, con un intervallo di psicanalisi dove ho compreso perché io avessi il DOC, avevo raggiunto il mio obiettivo; ero serena, sapevo gestire i pensieri intrusivi e sapevo vivere la mia vita normalmente. Tuttora so farlo molto bene, dopo aver esplorato il DOC in tutti gli ambiti della mia vita (relazionali, sentimentali, sessuali e morali), dunque pensavo fosse davvero finita.

C’è solo un piccolo particolare in questo racconto, un particolare che non avrete probabilmente notato (e che nemmeno io notai all”epoca). Presa dal curare il DOC, nominai poche volte i miei episodi ipocondriaci. Forse perché erano sporadici, arrivavano in dei giorni più deboli, ma mi bastava una distrazione, una frase di mia mamma o di un’amica per calmarmi. Dunque la mia parte ossessiva non ci badò molto.

L’incubo è iniziato con la pandemia nel 2020, partendo dal Covid-19, fino a qualsiasi malattia esistente. Non c’era niente che potesse calmarmi e soprattutto non mi fermavo ad una semplice paura come negli anni precedenti. Iniziai a dubitare di tutto, ossessionata da ogni parte del mio corpo, iniziavo a fare visite mediche continue rimuginando su ogni minima parola dei medici.

 Il DOC era tornato e aveva imprigionato con sé la mia ipocondria, ma allora perché le tecniche che conoscevo non bastavano? Perché la psicoterapia non bastava più? Perché mi stavano suggerendo una psichiatra? Perché mi consigliano i farmaci se prima ce la facevo da sola? Se è sempre DOC, perché questo argomento non so gestirlo?

Ero disperata, depressa, in balia del mio corpo e piena di sintomi mai provati prima. Sono ancora convinta che saprei gestire qualsiasi DOC, ma ho capito che se quest’ultimo tocca la salute, è tutto diverso.

Credo che la differenza stia nel fatto che un pensiero o un rituale, per quanto dolorosi, potevo gestirli con le tecniche apprese. Ma le malattie esistono, sono imprevedibili e io non sapevo quando preoccuparmi e quando no, non potevo lasciar andare o accettare il pensiero, perché avevo paura di sottovalutare qualcosa che sentivo/vedevo nel mio corpo. E’ qui che ho dovuto accettare i farmaci e cercare ulteriori esperti; credevo di impazzire. Ma ho dovuto fidarmi e sto educando il mio cervello a gestire quei momenti. E’ dura, ma non impossibile, e io lotto ogni giorno, cercando di non odiare il mio corpo, ma di amarlo. Io sono viva e voglio curarmi, non merito di rimanere nel buio, nessuno lo merita.

Articolo di Alice, howimetalice
Progetto Attivismo Digitale

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